Macrolepiota procera
Uno dei funghi che si riesce a riconosce più facilmente in natura, anche da parte di chi non è un esperto in materia, è la Macrolepiota procera. La sua riconoscibilità deriva soprattutto dalle sue dimensioni: tanto il cappello, che il gambo, si sviluppano infatti in modo tale che è difficile non notarli anche tra la vegetazione del sottobosco. Il Macrolepiota, d'altro canto, è un genere che porta scritte le sue grandi dimensioni già nel nome latino: macro, infatti, vuol dire grande. Lepiota invece è il nome di un altro genere di funghi, che hanno caratteristiche simili ai Macrolepiota, ma sono più piccoli. Siccome spesso i Lepiota sono velenosi, si consiglia sempre di raccogliere le varie specie di Macrolepiota solo quando sono giunti a pieno sviluppo. La Macrolepiota procera prende poi il nome specifico di genere sempre da un termine latino, procerus, che vuol dire alto, slanciato.

Tra i raccoglitori di funghi, i due nomignoli con cui si chiama più diffusamente il fungo, noto come Macrolepiota procera, sono mazza di tamburo, o ombrellone. In queste due denominazioni, sono descritte le due fasi principali della vita del fungo. Infatti, quando esso è giovane e spunta dal terreno, il suo cappello è quasi completamente chiuso sul gambo, e questo gli dà la forma di una mazza. In seguito, il cappello si allarga sempre più, fino a diventare quasi piatto, e questo fa assomigliare il fungo ad un ombrello aperto. Alcune tradizioni dicono che sotto questo ombrello si riparino i folletti. Il diametro che può raggiungere è di 20 centimetri, mentre il gambo può arrivare a misurare anche 45 centimetri: quindi la Macrolepiota procera è molto alta e slanciata. Il suo colore complessivo oscilla tra il grigiastro e il marroncino.
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Ci sono anche altre caratteristiche dalle quali si può riconoscere la Macrolepiota procera. Sul suo cappello, mano a mano che invecchia, si formano delle squame brunastre, specie al centro; inoltre, attorno al gambo ci sono due anelli mobili ed evanescenti. Il gambo, al suo interno, si presenta cavo e fibroso; nel complesso la Macrolepiota procera emana un odore di nocciola, e lo stesso profumo. Alcuni dicono che il suo cappello, però, quando è maturo, profumi di brodo di carne. La Macrolepiota procera cresce da metà luglio a metà ottobre; la si trova nei boschi di aghifoglie e latifoglie, ma soprattutto ai margini delle radure, o di pascoli. Si tratta di un fungo gregario, che quindi si sviluppa in gruppetti, mai però troppo numerosi. Si può confondere con la Macrolepiota rachodes, che però non è commestibile.
La Macrolepiota procera si trova diffusamente in Europa, Nord America ed Australia, ed è molto apprezzata anche in Italia per il suo impiego culinario. Si devono però tenere presenti alcuni assunti. Il gambo non è buono da mangiare: alcuni lo fanno essiccare, e poi lo polverizzano e lo usano come spezia aromatica. La Macrolepiota procera contiene delle tossine, quindi non deve essere consumata cruda ma sempre cotta. Prima di cucinarla, si devono eliminare le squame superficiali del cappello. Non si deve mai mettere il gambo in acqua per far aprire il cappello, perché questo aumenta la produzione di tossine. Le ricette in cui è più largamente usato questo fungo sono la frittura o la trifolatura; è molto buono impanato come una cotoletta. Per conservarlo, lo si può essiccare, o mettere sottolio.
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E’ ottimo da cotto e molto tossico da crudo. Gli estimatori lo consumano fritto, a cotolette e mai alla griglia o a insa
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